Visita nella Gibellina di Burri

di Alain Chivilò

 

14 gennaio 1968, terremoto nella valle del Belìce. Sette gradi Richter per interminabili secondi fatti di crolli, distruzioni, decessi e fughe dalle antiche e traballanti abitazioni.

Nella devastazione tra alcuni paesi in piedi e altri rasi al suolo, Gibellina rappresenta l’unico esempio in Italia di Arte per la Città.

Infatti, antesignano di una concezione artistica dal ruolo anche sociale, sebbene la ricostruzione del paese fu pianificata in altra area, il sindaco, eletto in più riprese, Ludovico Corrao ebbe l’intelligente idea di fornire un’anima alla sua Nuova Gibellina, al fine di uscire da quell’impersonalità che una ricostruzione dopo un tragico evento determina.

Partendo da questo concetto, risposero artisti quali Pietro Cosagra, Franco Angeli, Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino.

Alberto Burri (Città di Castello 1915 – Nizza 1995), invece, decise di non inserire una sua opera nel nuovo contesto urbano, ma creò un “Grande Cretto” nella vecchia Gibellina, a memoria del sisma che la distrusse.

Da un proficuo ciclo pittorico, il Cretto monumentale è una colata di cemento bianco che ha ricoperto le rovine lasciando inalterato il vecchio impianto viario.

Alta circa un metro l’opera rientra in quel concetto di land art, assumendo connotazioni di rispetto e memoria.

Come dichiarò il Maestro Burri: “Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea: io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento”.

Il Grande Cretto fu progettato in una prima fase tra il 1985 e il 1989, rimanendo incompleto fino al 2015 anno della conclusione dello stesso.

Che cosa sono i “Cretti”? Consistono in superfici rettangolari o quadrate di colore bianco o nero, spesse, all’interno delle quali si snoda un fitto intreccio di crepe e screpolature. Come dalla natura, crepe che si creano nel terreno con la siccità.
L’effetto artistico di Burri nacque impiegando un impasto di bianco di zinco e colle viniliche, cui aggiunse terre per i colorati. Applicava uno strato spesso di questo materiale su un supporto di cellotex, con una successiva fase di asciugatura/essiccamento. Successivamente, in funzione di maggiori dimensioni, utilizzò un impasto di bianco di zinco, caolino e terre, che dopo essiccature ricopriva con vinavil.

Attraverso le crepature, i cretti evidenziavano il passare del tempo, lo scorrere della vita, i momenti difficili, la volontà di replicare artisticamente a un fenomeno naturale ma allo stesso tempo un’opera monocromatica attraverso essenzialità, casualità e semplicità espressiva.

Grande Cretto | Alberto Burri | Land Art | Gibellina

 

©AC, NDSL, AM, Alain Chivilo

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