Rinnovato il Palazzo Pesaro degli Orfei – Fortuny

 

Dopo il drammatico evento dell’acqua alta (Acqua Granda) nel novembre 2019, l’arrivo della pandemia covid che ha eliminato la linfa vitale del turismo a Venezia, Palazzo Pesaro degli Orfei – Fortuny è stato restaurato acquisendo un nuovo look espositivo permanente (oltre a progetti temporanei) tornando a un’interpretazione della sua origine in chiave moderna. Una visita dal vivo renderà al meglio gli interventi, però partendo dai dati forniti si può indicare che è stato restaurato il Portego (accesso da Campo San Beneto) ed è stato riorganizzato completamente l’area accoglienza. Nel contempo, come da comunicato, si è potuto ripensare l’allestimento degli ambienti di Palazzo Pesaro degli Orfei in senso filologico, con la restituzione delle sale alla memoria e alla geniale e talentuosa vita dell’artista spagnolo – di cui si sono celebrati i 150 anni dalla nascita nel 2021 e con la riapertura ai piani nobili delle meravigliose polifore, punto focale dell’architettura del Palazzo, ora pienamente valorizzata, e fonte di luce naturale modulata in base alle necessità. Il percorso espositivo, di straordinaria suggestione, è stato curato dal Maestro Pier Luigi Pizzi, regista, scenografo e architetto di fama internazionale con Gabriella Belli e Chiara Squarcina ed il supporto di Massimo Gasparon per le complesse scelte illuminotecniche. Un’autentica immersione nell’atmosfera di un luogo rinomato e centrale per la Venezia del tempo, così come testimoniata da tante fotografie d’epoca che hanno immortalato alcuni di questi ambienti, permettendo di cogliere gusti, presenze, accostamenti, rimandi e relazioni tra personaggi, oggetti, creazioni, arti e saperi. Il retroterra moresco, la cultura classica, le influenze orientali, il mito e il mondo wagneriano, i suoi molteplici interessi e passioni; e poi dipinti suoi e del padre, scenografie teatrali e invenzioni illuminotecniche, meravigliosi abiti e incredibili tessuti frutto del genio di Mariano e Henriette, archivi fotografici, opere della collezione personale, documenti e brevetti, testimonianze degli artisti e degli amici che al tempo giungevano a Venezia, convivono e trovano nuova luce nel Palazzo veneziano, visitabile tutto l’anno con il nuovo percorso permanente e sede espositiva di mostre temporanee dedicate alla contemporaneità. Preziosa sarà per i prossimi 5 anni la collaborazione con Tessuti Artistici Fortuny SRL. Ora, per la prima volta, oltre il novanta per cento dei materiali relativi a Mariano Fortuny di proprietà delle collezioni civiche veneziane o custoditi in comodato, come i preziosi tessuti antichi della Fondazione di Venezia, sono esposti tutti insieme, in un coinvolgente percorso che unisce l’emozione della casa e degli ambienti vissuti, alla presenza di sale tematiche dal sapore più museale, fino ad un affondo – al secondo piano del palazzo, reso anch’esso eccezionalmente accessibile ai visitatori a partire dal mese di giugno – tra oggetti e strumenti del fare laborioso e innovativo di Mariano. Al primo piano del Palazzo torna dunque pienamente visibile – scenario perfetto di probabili incontri mondani – il fascinoso e inaspettato ciclo parietale di ben 140 metri quadrati con cui Mariano, con l’artificio del trompe l’oeil e un’armoniosa stesura di colori, aveva dato vita a un illusorio giardino incantato, con figure allegoriche, satiri e animali esotici. Allo stesso modo si può ammirare contestualizzato tra due pareti di suoi bozzetti di scena e alcune copie da Tiepolo, il modello del Teatro delle Feste progettato da Fortuny – mai realizzato – per l’Esplanade des Invalides nel 1910, con la collaborazione di Gabriele d’Annunzio e l’Architetto francese Lucien Hesse. Continuando Al secondo piano infatti troviamo gli atelier di Mariano, tutte le sue abilità e i suoi saperi, le sue arti: il dietro le quinte delle sue creazioni. Ci sono la stampa e la tipografia, con i torchi, le incisioni, le sue produzioni e quelle altrettanto mirabili del padre y Marsal e le opere collezionate dalla famiglia come le incisioni di Goya, Tiepolo, Piranesi. Quindi il laboratorio tessile di abiti e di stoffe, con anche l’importante collezione di abiti e tessuti antichi della madre, le matrici originali per la stampa e i modelli per il taglio; il teatro, con i palchi lignei realizzati da Mariano per provare i giochi di luci e gli effetti scenici. Lì accanto il laboratorio di fotografia, con le attrezzature sperimentali che lo porteranno a brevettare una speciale carta fotografica e, infine, l’attività pittorica e gli amati libri. Anche lo studio-biblioteca di Mariano, immortalato in tante foto del tempo, sarà per la prima volta accessibile al pubblico. Affascinante scoperta, con i mobili da lui progettati, i ritagli e le curiosità conservate, gli schedari rivestiti, i suoi ricordi più personali.

Scheda tecnica:

Museo di Palazzo Fortuny
Venezia, dal 9 marzo 2022
Orari di visita
Tutti i giorni escluso martedì
dalle ore 10 alle 17
ultimo ingresso ore 16
Costo del biglietto
* Intero 10 euro
* Ridotto 7.50 euro

 

 

Biografia (Musei Civici Ve)

Mariano Fortuny y Madrazo nasce a Granada, ai piedi dell’Alhambra, l’11 maggio 1871, secondogenito di Mariano Fortuny y Marsal (1838-1874), acclamato pittore spagnolo, e di Cecilia de Madrazo y Garreta (1846-1932), figlia di Federico de Madrazo y Kuntz (1815-1894), direttore del Museo del Prado. La prematura morte di Mariano Fortuny y Marsal induce Cecilia a risiedere con la famiglia a Parigi, dove il figlio Mariano trascorre un’infanzia felice sotto l’attenta guida del nonno e dello zio materno Raimundo de Madrazo y Garreta (1841-1920), stimolato dalla vicinanza di notissimi letterati, musicisti, artisti e scienziati che frequentano la loro casa, ma ciò che lo attrae maggiormente è la rivelazione di un nuovo mondo: quello del teatro destinato all’allestimento di balli spettacolari. Nel 1889 Cecilia decide di trasferire la famiglia a Venezia presso Palazzo Martinengo sul Canal Grande. Anche la nuova residenza è, fin da subito, luogo d’incontro per artisti e letterati: Isaac Albéniz, Martín Rico, José María Sert, José María de Heredia, Ignacio Zuloaga e, più tardi, Marcel Proust, Reynaldo Hahn, Henri de Régnier, Paul Morand. Mariano progredisce negli studi della pittura praticando, come vuole la tradizione, la copia dai grandi Maestri veneziani, approfondendo le ricerche tecniche sugli impasti di colore e sulle arti incisorie. Al contempo, rivelando già il suo eclettismo, coltiva in ugual misura interessi per la musica, il teatro e la fotografia. A partire dal 1891, in seguito a un viaggio con la famiglia a Bayreuth, avvia un ciclo di pitture e di incisioni dedicate a temi wagneriani, intensificando altresì i contatti con i circoli artistici veneziani e frequentando quell’ambiente intellettuale che da lì a breve tempo porterà all’istituzione della Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Tra le sue frequentazioni: Cesare Laurenti, Ettore Tito, Antonio Fradeletto, Pietro Selvatico, Pompeo Molmenti, Mario De Maria, Angelo Conti. Proprio quest’ultimo, funzionario delle Belle Arti, contribuisce in modo appassionato e determinante alla formazione “ideale” di Mariano. Sempre a Venezia, nel 1894, Fortuny incontra un altro personaggio che rivestirà un ruolo importante nella sua vita artistica: Gabriele d’Annunzio. Nel 1896 invia alla VII Esposizione Internazionale di Monaco di Baviera il dipinto Ornamenti del giardino e spiriti odoriferi, più comunemente conosciuto come Fanciulle Fiore, ispirato al secondo atto del Parsifal e influenzato, come lo stesso Fortuny ricorderà in un manoscritto, dai ricordi della visione di un balletto della danzatrice americana Loïe Fuller. A Venezia stringe amicizia con lo scrittore Ugo Ojetti, con il barone Giorgio Franchetti, con il principe Fritz Hohenlohe-Waldenburg, con Hugo von Hofmannsthal ed Eleonora Duse. In quegli anni Mariano si dedica ad attività che gli sono molto congeniali, in una continua alternanza di interessi, sempre in bilico tra pittura, illuminotecnica e scenografia. Nel 1899 la contessa veneziana Albrizzi gli affida la realizzazione della parte scenica di un’operetta allora molto in voga, Mikado, da rappresentare nel suo teatro privato. Giuseppe Giacosa, il noto librettista pucciniano, a sua volta gli suggerisce di preparare i bozzetti per Tristano e Isotta di Richard Wagner, opera che sarà rappresentata per la prima volta in Italia al Teatro alla Scala di Milano nel 1900. A Venezia, tra il 1899 e il 1906, Mariano prende possesso del Palazzo Pesaro degli Orfei che nel corso degli anni diventerà prima laboratorio e poi sua residenza definitiva. È qui che nascono le idee essenziali della sua complessa riforma teatrale che partono da una riflessione analitica sulla qualità e sulla natura della luce, nonché sul potenziale tecnico inespresso nel campo dell’illuminazione scenica. Per un breve periodo, nel 1902 Fortuny prende in affitto uno studio a Parigi, dove si dedica alla costruzione di apparecchi luminosi, alla progettazione di un dispositivo scenografico, la “Cupola”, e allo sviluppo di un sistema più complesso e articolato per l’illuminazione della scena con luce indiretta. Tra gli estimatori che visitano lo studio parigino ci sono l’attore Coquelin Aîné, Sarah Bernhardt, il drammaturgo Victorien Sardou, lo scenografo wagneriano Friedrich Kranich, il teorico teatrale Adolphe Appia e l’esoterista Joséphin “Sar” Peladan. Tornato nella città lagunare, avvia con Henriette Nigrin (1877-1965), sua compagna dal loro incontro a Parigi nel 1902, un laboratorio di stampa su stoffa. Mariano realizza con questa tecnica alcuni costumi di scena femminili e, nel 1906, il sipario per il teatro privato della contessa di Béarn. Veli di seta di notevoli dimensioni che avvolgono quasi totalmente il corpo, portati alla maniera delle donne di Tanagra, stampati con motivi decorativi ispirati all’arte cretese e minoica, sono i prototipi di quelli successivamente conosciuti come scialli Knossos; il 24 novembre 1907, presso la Hohenzollern-Kunstgewerbehaus in Leipzigerstrasse a Berlino, Fortuny ne presenta una quindicina di modelli. Queste creazioni delicate e leggere vengono per l’occasione decantate dal più grande poeta di lingua tedesca dell’epoca, l’amico Hugo von Hofmannsthal. Abbandonata momentaneamente la pittura, che negli anni a venire non troverà più nei soggetti e nella tecnica d’esecuzione quella felice esperienza di fine secolo, Fortuny indirizza meticolosamente i suoi studi ai pigmenti, e non solo per le applicazioni tessili, ampliando le gamme cromatiche e impiegando colori esotici ricavati da materie organiche. Nel giugno 1909 deposita presso l’Office National de la Propriété Industrielle di Parigi il brevetto della stoffa plissettata in seta, risultato ottenuto attraverso un apparecchio di sua invenzione; nel novembre successivo registra il brevetto di una tunica, prototipo di un abito che convertirà in una veste femminile in seta di ispirazione ellenistica: Delphos. Nato da una straordinaria idea di Henriette, sarà questo capo a consacrare il successo internazionale di Fortuny. Attrici come Eleonora Duse, Sarah Bernhardt e Gabrielle Réjane, danzatrici quali Isadora Duncan o Ruth St. Denis, nobildonne come la marchesa di Polignac, l’imperatrice di Germania e la regina di Romania, femmes fatales come la marchesa Casati portano in scena e nella vita gli abiti di Mariano. La produzione del laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei, divenuto nel frattempo una vera fabbrica che conta più di cento lavoranti, diventa imponente e l’esigenza per l’artista di aprire uno spazio commerciale si fa pressante: nel 1912 inaugura una prima boutique in rue de Marignan a Parigi e, successivamente, in Old Bond Street a Londra. Lo scoppio del primo conflitto mondiale pone però in gravi difficoltà l’attività di Mariano, che si vede costretto a ridurre fortemente il personale della fabbrica di stoffe, percependo la minaccia incombente sui suoi interessi commerciali e artistici. In quella drammatica situazione si aggiunge lo sconforto per la condizione della madre e della sorella Maria Luisa (1868-1936) che, pressate dalle ipoteche su Palazzo Martinengo, si vedono costrette a mettere in vendita parte della collezione di antichi tessuti. Terminata la guerra, nel 1919 Fortuny dà avvio alla costruzione dello stabilimento per la produzione esclusiva di cotoni stampati nell’isola della Giudecca, in riva San Biagio, su un terreno di proprietà di un imprenditore illuminato che diventerà suo socio, Gian Carlo Stucky. Depositati presso la Camera di Commercio di Venezia gli atti costitutivi della società per azioni denominata Società Anonima Fortuny, Mariano ne assume la direzione tecnica e artistica e vi infonde tutto il suo sapere, progettando anche la costruzione di due macchine per la stampa tessile. Dopo tre anni di intensissimo lavoro, con l’avvio della produzione nell’agosto 1922, i primi tessuti stampati vedono la luce ed escono dall’officina della Giudecca per giungere sui tavoli degli atelier e delle boutique più rinomate d’Europa e d’America. L’interesse per il suo sistema di riforma teatrale non viene meno e, in collaborazione con la Società Anonima Leonardo da Vinci di Milano, inizia un progetto di installazione della “Cupola” per il Teatro alla Scala. L’amicizia con il direttore artistico Luigi Sapelli, in arte Caramba, e la stima di cui Fortuny gode presso il teatro milanese inducono la direzione dello stesso ad approvare il progetto che, dopo una lunga gestazione, vedrà la luce il 7 gennaio 1922 con la rappresentazione del Parsifal di Richard Wagner. A Venezia, nel 1922, si apre il Padiglione spagnolo della Biennale e Fortuny, oltre a esporre alcune opere e a decorarne le sale, viene chiamato a ricoprire la carica di commissario, impegno che manterrà fino alla Biennale del 1942. Nel 1924 gli viene conferito dal re di Spagna il titolo di console onorario a Venezia. L’anno dopo si reca in Spagna dove le sue lampade illuminano le sale di un’esposizione di Trajes regionales a Madrid; prosegue il viaggio recandosi nella sua città natale, Granada, poi in Marocco. Lo stesso anno al Teatro Goldoni di Venezia, dove la compagnia di Emma Gramatica mette in scena Santa Giovanna di George Bernard Shaw, Fortuny fornisce le stoffe in velluto di seta stampato per i costumi e per la decorazione delle scene. Sono quelli anni molto felici, scanditi da tanti successi, e anche il grande pubblico letterario conosce il nome di Fortuny a seguito della pubblicazione presso Gallimard di Albertine disparue di Marcel Proust, parte del grande ciclo À la recherche du temps perdu. Ombre oscure gravano tuttavia nel 1929: la crisi delle Borse internazionali ha ripercussioni notevoli anche sulle attività tessili di Fortuny. Tra alterne vicende, legate all’importazione delle materie prime e alla conseguente riduzione dell’attività produttiva, si giunge momentaneamente alla chiusura. Nel campo più prettamente artistico Mariano è nuovamente presente alla XVII Biennale con tre opere: un ritratto, una natura morta e una veduta di Venezia. Nel marzo 1931 si reca a Parigi per depositare un brevetto per una carta fotografica ai pigmenti di carbone di sua invenzione. Due anni dopo commercializza, con il nome di “Tempera Fortuny”, i colori da lui creati e utilizzati sin dagli inizi della sua attività pittorica, le cui caratteristiche tecniche e qualità saranno valorizzate da una pubblicazione di René Piot. Altisonanti i nomi degli artisti suoi contemporanei che dall’inizio del secolo lo consultavano per carpirne ricette e segreti: John Singer Sargent, Gustav Klimt, Pierre Bonnard, Emile Besnard, Maurice Denis. Chiamato dalla compagnia teatrale di Kiki Palmer, Mariano è invitato a fornire le sue preziose stoffe e a disegnare l’abito di Otello per l’omonima opera di William Shakespeare, che nell’agosto 1933 sarà rappresentata nel cortile di Palazzo Ducale a Venezia. Nel 1936 il regime autarchico decretato dal governo fascista ostacola notevolmente l’importazione di materie prime indispensabili per la produzione nella fabbrica della Giudecca, causando notevoli problemi finanziari alla Società Anonima Fortuny. Vedendosi costretto a porre rimedio almeno in parte alla situazione, Mariano offre in vendita al Metropolitan Museum di New York l’album dei disegni goyeschi donatigli dal nonno Federico. La morte quello stesso anno della sorella Maria Luisa aggrava ulteriormente il suo scoramento e, forse per alleviare le preoccupazioni, decide di intraprendere con Henriette un lungo viaggio in Grecia. Nel 1937 Mariano si dedica ancora ai sistemi di illuminotecnica in occasione della grande mostra su Tintoretto a Venezia: le sue lampade a luce indiretta e diffusa illuminano le sale della Scuola Grande di San Rocco, così come la pala dell’Assunta di Tiziano nella chiesa dei Frari e il ciclo pittorico di Carpaccio nella Scuola di San Giorgio degli Schiavoni. L’ultimo impegno pubblico di un certo rilievo, frutto delle sue accese passioni e continue ricerche, è la preparazione dei costumi per i Trionfi sabaudi, rievocazione storica in onore del principe di Napoli, che si svolgono presso il Castello Sforzesco di Milano il 9 giugno di quell’anno: sono più di ottocento i costumi confezionati con le stoffe messe a disposizione da Fortuny. Nel 1938, venduto il Palazzo Martinengo ereditato alla morte della sorella Maria Luisa, Mariano, con Henriette, si reca in Egitto alla scoperta dei monumenti e dei tesori mediorientali, spingendosi sino ai confini del Sudan. Al ritorno espone ancora una volta alla Biennale di Venezia presentando diciassette piccoli dipinti, ricordi di quel viaggio riuniti sotto il titolo Vedute d’Egitto. Felice da un lato per la fine della guerra civile spagnola, angosciato dall’altro per lo scoppio del secondo conflitto mondiale, nel 1939 si ritira tra le mura del suo palazzo dove dipinge ancora e raccoglie pagine di memorie delle attività teatrali nell’album Théâtre Lumière, riflessioni stese, come egli stesso afferma, senza scopo di rivendicazione ma con l’intento di fornire uno strumento utile agli uomini di teatro. Quello stesso anno realizza la cappa funebre di Fernando María Fernández de Córdoba duca di Lerma, ucciso nel 1936. Mariano espone ancora alla Biennale veneziana nel 1940 e nel 1942, le ultime edizioni prima della chiusura momentanea causata dalla guerra. Nel 1943 la Società Anonima Fortuny viene messa in liquidazione e nel 1951 sarà acquistata dall’arredatrice d’interni americana Elsie McNeill che riprenderà la produzione con la denominazione “Tessuti Artistici Fortuny”. Nel 1948 Mariano Fortuny esprime la volontà di donare Palazzo Pesaro degli Orfei al suo Paese d’origine, ma il governo spagnolo, dopo anni di indecisioni, rifiuterà per motivi finanziari. Gravemente ammalato, nel settembre 1948 Mariano stende il proprio testamento in cui afferma: “Lascio a mia moglie tutto ciò che possiedo, ho ereditato, acquistato, prodotto, mobili e immobili, tutto senza eccezione”. Mariano Fortuny si spegne nella sua dimora veneziana il 2 maggio 1949. Avvolto in un saio come voleva la tradizione spagnola, le sue spoglie, dopo il funerale a cui assistono familiari, amici intimi e autorità pubbliche, vengono traslate a Roma nel Cimitero del Verano, accanto a quelle del suo celebre genitore.

Storia del Palazzo Pesaro degli Orfei – Fortuny (Musei Civici Ve)

La precisa data di costruzione del Palazzo Pesaro non è documentabile e le ricerche d’archivio eseguite non hanno dato alcun risultato sicuro. Lo studio stilistico e il raffronto con altri palazzi veneziani fanno ipotizzare l’avvio della costruzione tra il 1460 e il 1480. Voluto da Benedetto Pesaro (1433-1503) – nobile veneziano che ricoprì il ruolo di comandante in capo della marina veneziana dal 1500 al 1503, noto per i suoi successi militari durante la seconda guerra ottomano-veneziana – l’edificio, ampliato e trasformato nel corso dei secoli, si presenta con l’imponenza della sua vasta mole con una facciata verso il rio di Ca’ Michiel e con una più estesa su campo San Beneto. Il palazzo, la cui struttura architettonica risponde pienamente alla tradizione veneziana, vanta alcune soluzioni di rilevante pregio, come le quattro polifore del primo e del secondo piano nobile, e una inusuale profondità delle sale passanti tra le due facciate, oltre 43 metri di lunghezza, che fanno di questo edificio la più vasta costruzione privata del tardo gotico rinascimentale veneziano. Il palazzo sorge su un terreno che nel XII secolo era occupato da un edificio di culto officiato dai monaci cistercensi, mentre nel secolo successivo ospitò una costruzione con caratteristiche di casa-fondaco. Il Palazzo Pesaro inizialmente si presentava con un impianto a L, ma dopo il 1500 sicuramente vennero costruiti due stretti corpi di fabbrica che tuttora sorgono verso la calle degli Orfei. Ricordato tra i principali edifici della città da Francesco Sansovino nel suo libro Venetia città nobilissima et singolare (1581), alla morte di Benedetto Pesaro il palazzo venne ereditato dal figlio, il quale nel suo testamento impose di “non vendere, non impegnare, solo conservare e, al massimo, dividere in due abitazioni, una al primo e una al secondo piano nobile”. Verso la fine del XVII secolo la discendenza maschile dei Pesaro di San Beneto si estinse e la proprietà venne divisa in due parti: Elena Pesaro, ultima erede diretta, ne fu la principale beneficiaria. Dal 1720 al 1825 circa il palazzo risulta interamente affittato: ospitò tra gli altri la Tipografia Albrizzi, ma anche società musicali come l’Accademia degli Orfei dal 1786. In anni successivi, tra il 1834 e il 1860, un’altra associazione musicale, la Società Apollinea, trovò sede tra le mura dell’immobile, per trasferirsi in seguito presso il Teatro La Fenice. Alla metà dell’Ottocento l’edificio, come risulta dal catasto austriaco del 1842, venne frazionato in numerosi appartamenti di proprietà delle famiglie Campana, Correr, Revedin, con la conseguente creazione di nuovi collegamenti verticali e orizzontali, per ospitare circa venti nuclei abitativi e destinare alcuni spazi a uso commerciale, come ad esempio i laboratori di stampa di uno tra i più noti fotografi veneziani dell’epoca, Paolo Salviati. Il Palazzo versava quindi in uno stato di degrado e decadenza quando Mariano Fortuny y Madrazo, attratto da questa bellezza architettonica, vi entrò per la prima volta nel 1898 occupando l’ampio salone posto nel sottotetto e stabilendovi il proprio studio. Nel corso degli anni, acquisite le altre parti dell’immobile, nel 1899, nel 1900 e nel 1906, Fortuny, pazientemente ma con costanza, iniziò il lavoro di recupero dell’edificio: liberò gli appartamenti, riadattò le stanze, fece cadere tramezzi e sovrastrutture, riportando equilibrio e proporzione. Dopo un primo utilizzo dedicato alle sue sperimentazioni artistiche e scenotecniche, tra le pareti del grande salone dell’ultimo piano Fortuny ideò e costruì il primo modello in gesso del famoso dispositivo teatrale chiamato “Cupola”. Elesse quindi il palazzo a propria dimora e nel 1907 vi installò un piccolo laboratorio tessile assieme a Henriette Nigrin, conosciuta a Parigi agli inizi del Novecento, musa ispiratrice e compagna di altrettanta sensibilità artistica. Dopo pochi anni due interi piani del palazzo furono occupati dallo straordinario atelier per la creazione e la stampa di abiti e tessuti in seta e velluto. Mentre Mariano perfezionava i suoi studi e le sue invenzioni la moglie Henriette, con eccezionale dedizione, dirigeva il laboratorio. Interessanti fotografie documentano questo passaggio: nel salone del sottotetto campioni di stoffe grezze, recipienti e vasi di vetro con le materie prime giacciono sui tavoli da lavoro; tavoli dove, in un’altra fotografia, Henriette è immortalata dall’apparecchio di Mariano mentre si appresta a stendere il colore su una matrice di legno. Il Palazzo Pesaro degli Orfei divenne ben presto una fabbrica. Ogni mattina, aperto il portone dal custode, gli operai e le operaie entravano nel piccolo cortile e, salita la scala scoperta, si disponevano nella sale dell’atelier, chi ai telai da stampa, chi alla finitura dei capi d’abbigliamento. Dal 1915 Mariano diede inizio alla decorazione parietale di uno dei luoghi magici dell’edificio: il giardino d’inverno e atelier di pittura al primo piano nobile. Un “giardino incantato”, animato da figure femminili, immagini allegoriche, satiri e animali esotici, pappagalli, scimmie, inseriti in un originale contesto architettonico, avviluppati da motivi floreali e vegetali, da ghirlande e da grottesche. Al secondo piano installò la sua preziosa biblioteca, ricchissima di pregevoli volumi, trovando ispirazione nel ricordo dello studio d’artista del padre e nel vissuto personale d’arte. Arredò gli interni del salone al primo piano con ricchi bagliori seducenti dell’Oriente, conciliando la ricomposizione tra l’idea dello studio d’artista paterno e la valorizzazione estetica del proprio lavoro, con stoffe stampate di sua produzione alle pareti, lampadari in seta, armature, antichi tappeti e mobili (ora parzialmente dispersi). Dagli anni Venti in poi, in quest’atmosfera permeata da suggestivo splendore orientaleggiante con reminiscenze rinascimentali, nei saloni e nelle nude stanze adibite ad atelier, laboratorio, officina, Mariano proseguì incessantemente il proprio lavoro dedicandosi alla ricerca di nuove soluzioni per le scene teatrali, alla creazione di disegni per tessuti stampati, all’ideazione di nuove fogge per l’abbigliamento, mai dimenticando però la sua grande passione: la pittura. Chi, per raro privilegio, riusciva a varcare la soglia di quei saloni non poteva che riportarne una visione estasiata. Raro, se non unico, perché in genere il portone era sempre chiuso e la severa consegna del custode era: “Il Maestro lavora”. Dopo la morte di Fortuny, avvenuta il 2 maggio 1949, l’edificio fu donato dalla moglie Henriette nel 1956 al Comune di Venezia per essere “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte; il salone centrale al primo piano dovrà conservare le caratteristiche di ciò che fu lo studio preferito di Mariano Fortuny y Madrazo, con le opere, i mobili e gli oggetti che vi si trovano attualmente; l’immobile dovrà essere denominato Palazzo Pesaro Fortuny”, come espressamente indicato nell’atto notarile. L’Amministrazione cittadina di fatto ne ebbe pieno possesso nel 1965, alla morte di Henriette. Dieci anni dopo, nel 1975, finalmente si aprì al pubblico il Museo. Nel 1978 l’Amministrazione veneziana completò la proprietà acquistando l’Androne al piano terreno, conferendo finalmente integrità all’intero complesso.