Anish Kapoor e il suo Leviatano

by AM, NDSL

©AC

 

Era il 2011 (11 Maggio – 23 Giugno) a Parigi, Grand Palais, quando andò in scena l’opera mastodontica “Leviathan”, Leviatano dello scultore Britannico Anish Kapoor in occasione di Monumenta.

Che cos’è il Leviatano? Come da definizione enciclopedia, era, nella mitologia fenicia, animale del caos primitivo. Il nome ricorre più volte nel testo ebraico della Bibbia: in Isaia è definito serpente guizzante e tortuoso, in Giobbe in modo tale da far riconoscere in esso il coccodrillo, sia pure con tratti alquanto esagerati e di tipo popolare. Nel Salmo 74 è simbolo della potenza dei faraoni d’Egitto e negli altri testi, genericamente, delle potenze nemiche di Dio. 

Per l’artista Kapoor la presenza di questa figura, traslata in concettualità artistiche, non vuole dar vita alla sua mitologica negatività, bensì l’opposto. In materiale PVC, gonfiabile, l’installazione era posta  lungo l’interno dello storico edificio del secolo scorso in stile neoclassico e art nouveau. Inoltre non si trattava di una scultura visibile solamente dall’esterno, ma tutto viveva nel suo interno. In un certo senso l’essere umano penetrava la creatura e viveva al suo interno senza essere mortalmente risucchiato.

Connettendosi con il palazzo ospitante, sezione denominata Nave, il Leviatano si muove virtualmente con il moto del sole lungo la giornata. La luminosità e la percezione nell’opera variavano, fornendo sensazioni diverse dalla mattina fino al tramonto. L’esterno è del colore Kapoor un rosso, o meglio, una nerezza del rosso, l’interno invece è rosso che, in accordo alla solarità, aumentava o diminuiva nell’intensità. Infatti in queste combinazioni  sembrava che sulla superficie interna si svolgesse una danza oscura.

Il Grand Palais con il suo acciaio, pietra e vetro permea l’installazione monumentale, creando un maggiore pathos che altrove non si sarebbe mai generato.

Il sottoscritto, assieme ai visitatori, ha vissuto la transizione con l’apparenza che all’interno del Leviatano qualcosa si stesse muovendo. All’ingresso dell’opera, degli assistenti erano pronti ad aiutare le persone appena entrate perché, in accordo al personale sguardo, si verificava una sorta di mancamento. Se la vista era rivolta a terra, verso lo staff dell’evento, oppure verso un lato dell’opera non si verificava nessun effetto, ma se già prima di entrare si fissava l’interno dell’opera sorgeva un piccolo deliquio, come una sorta di improvviso vuoto d’aria, nel sento tecnico del termine.

Come indicò Anish Kapoor, a conferma: “dentro il Leviatano i visitatori hanno la sensazione di essere entrati in un organismo vivente. È quasi come rivivere la vita di un piccolo intruso nel corpo di un grande animale, la scelta del colore rosso per gli interni, oltre all’uso del materiale PVC, conferisce trasparenza all’opera d’arte che sembra flessibile. In cima al Leviatano c’è un tetto costruito utilizzando ferro, acciaio e vetro. Potrebbe sembrare fuori posto, ma è la luce del sole che splende attraverso questo spazio a proiettare un tatuaggio di rete all’interno della scultura. L’interconnessione di linee, griglie e forme geometriche è così perfetta che bisogna sperimentare l’ostruzione che avviene quando sono all’interno per credere che i disegni non siano permanentemente impressi sulla superficie interna. Con il cambiamento della posizione del sole e dell’intensità della luce, sembra che sulla superficie interna si svolga una danza oscura. Tutti coloro che hanno assistito alla transizione sono convinti che le viscere della “bestia” si stessero effettivamente muovendo”.

La visita, soprattutto per chi poteva dedicare una giornata completa o due, del Leviatano amplificava emozioni sensoriali in accordo a quanto la natura predisponeva come previsioni meteo. Una scultura installazione interna ma legata all’esterno in diversi effetti di lucentezza e luminescenza.

Anish Kapoor Leviathan, 2011, PVC, 33.5 x 100 x 72 m, Grand Palais, Paris for Monumenta 2011.

In sintesi come da parole di Kapoor: “Gli artisti non creano oggetti. Gli artisti creano mitologie”.

 

di Alain Chivilò

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